Pandoro chetogenico

Sono stata in forse per tanto tempo se provare a fare il pandoro, perché, a differenza del panettone dell’anno scorso, mi mancavano tutti i riferimenti: mai sperimentata prima l’esecuzione tecnica e soprattutto nessuna ricetta collaudata a cui almeno ispirarmi. Questa volta ho proprio fatto un salto nel buio affidandomi solo alla sensazione che un dolce così ricco di burro doveva pur essere chetonizzabile! Ci sono voluti tre tentativi per arrivare al risultato che pubblico qui e c’è ancora margine di miglioramento. Sono molto soddisfatta dell’aspetto e della consistenza che ho ottenuto, della mollica soffice e dell’occhiatura fina, ma devo fare altri tentativi per avvicinarmi ancora di più al gusto del pandoro classico, perché a questo cheto-pandoro manca la nota sottilmente acida tipica del lievito madre. Ma rimedierò anche a questo con il tempo, perché esiste il lievito madre chetogenico liofilizzato della KFT, quindi devo solo procurarmelo e fare qualche altro test.

Siccome questa volta avevo a disposizione solo il lievito di birra, nella ricerca di una ricetta da cui partire quanto meno per le proporzioni tra gli ingredienti, ho dovuto scartare tutte le ricette di alta pasticceria che, come da disciplinare ufficiale del pandoro, richiedono il lievito madre (e così addio Montersino, Massari, Pagani e compagnia). Sono così atterrata su due ricette meno blasonate ma estremamente simili per proporzioni: quella di Misya e quella di Giallo Zafferano. La seconda si è rivelata un punto di partenza migliore perché la maggiore idratazione dell’impasto si addice bene allo Sfarinato Lombardia; inoltre è corredata di un bel video sulla realizzazione dell’impasto. Della ricetta di Misya rimane comunque apprezzabile la percentuale di burro molto alta in ricetta. Di entrambe le ricette invece contesto in toto la scelta degli aromi, perché la scorza dell’arancio e del limone non c’entrano proprio nulla con il profumo del pandoro.

Ribilanciata la ricetta per usare la quantità ottimale di liquidi per lo Sfarinato Lombardia e sostituiti opportunamente gli ingredienti dolci (zucchero e miele) e gli aromi, sono arrivata ad impostare la mia ricetta.

Ingredienti (per uno stampo da pandoro medio, vedi sotto):

Per il lievitino:
48gr Sfarinato Lombardia
45gr acqua fredda
10,5gr lievito di birra compresso (il lievito fresco, quello in cubetto)

Per il primo impasto:
150gr Sfarinato Lombardia
8gr inulina
28gr eritritolo
37gr acqua fredda
1 albume (circa 37gr) di un uovo medio
1 tuorlo (circa 17gr) di un uovo medio

Per il secondo impasto:
126gr Sfarinato Lombardia
26gr inulina
90gr eritritolo
0,2gr sucralosio puro (cioè 6 puntine come misurato qui)
15 gocce aroma cioccolato bianco non dolcificato (se dolcificato, ridurre di metà la quantità di sucralosio)
semi di 2 baccelli di vaniglia o 2 bustine di vanillina
1 albume
1 uovo intero
3 tuorli
130gr burro morbido a temperatura ambiente
50gr burro di cacao grattugiato finemente

La lavorazione del pandoro si fa nell’arco di due giorni iniziando la sera del primo giorno e finendo la sera del secondo giorno. Io ho iniziato a ridosso dell’orario di cena il primo giorno con il lievitino, poi ho fatto il primo impasto dopo cena e l’ho messo a maturare in frigo. La mattina dopo ho tirato fuori l’impasto dal frigo nella prima mattina, l’ho lasciato lievitare tutta la mattina, ho fatto il secondo impasto prima di pranzo e le pieghe subito dopo. La lievitazione del secondo impasto è durata tutto il pomeriggio. La cottura l’ho fatta a cavallo della cena, così dopo cena il pandoro si è raffreddato bene e l’ho insacchettato prima di andare a dormire.

La preparazione del lievitino è velocissima. Nella ciotola della planetaria, sciogliere il lievito con l’acqua, aggiungere lo sfarinato, mescolare molto brevemente con un cucchiaio per ottenere una pastella liquida. Coprire la ciotola con della pellicola e lasciare lievitare a temperatura ambiente per 1 ora, non di più. La quantità di lievito è così tanta che basterà questo tempo perché la pastella raddoppi di volume.

Per il primo impasto, aggiungere al lievitino lo sfarinato e l’acqua ed impastare a lungo con il gancio. L’impasto deve incordarsi bene e questo è fondamentale, non bisogna avere fretta, meglio impastare di più che di meno. L’impasto deve attorcigliarsi sul gancio e staccarsi dai lati della ciotola. Iniziare ad impastare solo con l’acqua è una necessità con il Lombardia, perché è l’unico modo per ottenere una buona formazione della maglia glutinica che poi sarà in grado di reggere la lievitazione di una grossa massa di impasto. Se si aggiunge subito l’uovo, i grassi del tuorlo (seppur pochi) ungono le proteine dello sfarinato e l’impasto non riesce a sviluppare la necessaria elasticità. Lo sottolineo perché è un errore che ho già fatto e per il quale ho dovuto buttare tutto e ricominciare daccapo.

Quando questo pre-impasto è ben incordato, si possono aggiungere un po’ per volta inulina ed eritritolo, poi l’albume (che essendo principalmente costituito da acqua consente un’ulteriore incordatura) e per ultimo il tuorlo. Insistere ad impastare finché tutti gli ingredienti sono stati assorbiti a perfezione. Ed insistere ad impastare ancora un po’.

Proteggere l’impasto con della pellicola a contatto (non fasciato troppo stretto perché, pur nel freddo del frigorifero, potrebbe iniziare a lievitare) e riporre in frigorifero per la notte. Il tempo ideale di maturazione in frigo è 12-14 ore. Questo riposo da un lato inizia a far sviluppare l’aroma dell’impasto, dall’altro rilassa il glutine rendendo l’impasto più elastico.

L’indomani, togliere l’impasto dal frigorifero, lasciarlo a temperatura ambiente per un ora, poi togliere la pellicola e mettere l’impasto a lievitare in luogo tiepido (28°C) ed umido fino al raddoppio del volume. Ci vorranno circa 2-3 ore. Per questa passaggio io trasformo il mio microonde in una cella di lievitazione, mettendo nel microonde vuoto in un angolo un bicchiere od un barattolo pieno a metà d’acqua, la porto ad ebollizione e poi, a microonde spento, inserisco la ciotola con l’impasto e richiudo subito lo sportello. Il calore e l’umidità sprigionati dall’acqua bollente sono ideali per la lievitazione. Dopo una/due ore, tolgo l’impasto, porto di nuovo a bollore l’acqua e rimetto dentro l’impasto. La borsa dell’acqua calda, che è il trucco che avevo usato per far lievitare i cornetti, con una pezzatura di impasto così grandina non mi sembra che sia sufficiente. Una termocoperta settata al minimo invece potrebbe andare bene. La temperatura ideale di lievitazione è 28°C.

Prima di iniziare il secondo impasto, preparare il burro facendolo a pezzi piccoli e lasciandolo a temperatura ambiente perché diventi morbido (non va scaldato, neanche nel microonde). Poi tornare ad impastare, aggiungendo al primo impasto lo sfarinato ed 1 albume ed impastare con il gancio fino ad assorbimento completo. Poi aggiungere l’eritritolo e l’uovo intero ed impastare fino ad assorbimento, poi l’inulina, il sucralosio e gli aromi e per ultimi i tuorli, uno per volta. L’impasto a questo punto sarà diventato più molle ed appiccicoso, farà fatica a staccarsi dai lati della ciotola, ma va bene così, succede perché la proporzione fra ingredienti liquidi e solidi è più alta rispetto all’inizio della lavorazione. Solo quando tutti i tuorli sono stati completamente incorporati iniziare ad aggiungere il burro, un pezzetto per volta. L’impasto farà fatica ad assorbirlo, è normale, ma basta avere pazienza ed insistere. L’impasto diventerà lucido, sempre più molle, ma meno appiccicoso e sempre più liscio. Continuare ad aggiungere tutto il burro e, solo quando è perfettamente incorporato, aggiungere a pioggia il burro di cacao. Il burro di cacao, non essendo sciolto, rimarrà evidente rispetto alla grana liscia dell’impasto ma perfettamente inglobato in essa.

Lasciare riposare da 10 a 30 minuti l’impasto nella ciotola e trasferirlo su una superficie liscia leggermente unta di burro, che potrebbe essere una teglia di metallo, una superficie di marmo o il piano da lavoro della cucina. Ogni tanto dare una piega all’impasto, pigliandolo nel mezzo, da sotto, con le mani umide in modo che le parti che pendono dalle mani da un lato e dall’altro per il peso stesso dell’impasto si allunghino e si ripieghino sotto l’impasto quando lo si riappoggia. Questo movimento è mostrato molto bene nel video di Giallo Zafferano (“slap and turn”), anche se il nostro impasto sarà molto meno liquido e colante.

Il mio burro di cacao era in gocce invece che in un blocco grande, quindi non potevo grattugiarlo. Allora l’ho frullato ma non sono riuscita a ridurlo in polvere fine, perché per l’attrito delle lame iniziava a sciogliersi. Per questo motivo le briciole di burro di cacao sono così evidenti in questa fotografia. I granelli comunque poi svaniscono in cottura.

Nell’attesa fra una piega e l’altra, imburrare perfettamente ed abbondantemente l’interno dello stampo di metallo da pandoro e poi infarinarlo con un po’ di sfarinato Lombardia. Capovolgere lo stampo e tamburellare il fondo per far cadere lo sfarinato in eccesso.

Fatte alcune pieghe (almeno 3), bisogna pirlare l’impasto. Questo movimento serve per mettere in tensione la parte superficiale dell’impasto e dargli una forma tonda bella regolare e ben saldata sotto. On line trovate questo video dove è spiegato molto bene questo movimento. L’impasto poi va posizionato sul fondo dello stampo con la parte liscia girata verso il basso e la saldature sopra. Questo perché, quando si capovolge il pandoro cotto, la parte che in cottura è sul fondo dello stampo sarà la parte esposta del dolce per il servizio, quindi deve essere il più regolare possibile.

Procedere con la lievitazione finale, che può durare anche 6 ore. Lievitare sempre in luogo tiepido e umido. Il volume dell’impasto deve triplicare. L’ideale sarebbe che arrivasse al bordo dello stampo, ma questo è possibile solo se avete condizioni di lievitazione ottimali ed uno stampo di dimensioni giuste. A questo proposito apro una parentesi sulla scelta dello stampo: quelli da pandoro esistono di varie misure e la scelta della dimensione deve essere rapportata al peso di impasto crudo, perché lo stampo deve essere grande tanto quanto il volume che l’impasto raggiunge con la lievitazione. Nelle mie ricerche ho scoperto che il trucco per valutare a priori il volume di uno stampo è riempirlo d’acqua da vuoto fino all’orlo: il peso dell’acqua che può contenere in grammi diviso 3 dà il peso in grammi dell’impasto che ci si può cuocere. E’ così che ho scoperto che il mio è uno stampo da 850gr. Sebbene la quantità di impasto che si ottiene con questa ricetta sia un po’ superiore, lo stampo da 850gr è comunque giusto perché lo Sfarinato Lombardia non raggiunge la stessa performance in lievitazione di una farina di frumento tecnica.

A lievitazione raggiunta, posizionare una sola griglia di appoggio nel forno in posizione bassa e preriscaldare a 175°C. A temperatura raggiunta, infornare e cuocere a 175°C per 15 minuti (l’impasto crescerà ulteriormente), poi 15 minuti a 160° ed ancora 15 minuti a 150°. Abbassare progressivamente la temperatura è necessario perché all’inizio bisogna dare una bella spinta alla lievitazione finale e consolidare la struttura, ma poi si deve impedire che la superficie del pandoro diventi troppo scura a causa del fatto che l’eritritolo imbrunisca facilmente. Passati 45 minuti totali dovrebbe essere cotto. Se avete un termometro a sonda potete anche controllare la temperatura interna del pandoro che dovrebbe essere circa 92°.

Togliere dal forno ma non sformare subito. Lasciare stabilizzare il pandoro nello stampo per almeno 30 minuti. Solo dopo lo si può rovesciare su una griglia e lasciare che si raffreddi del tutto prima di inserirlo in un sacchetto di cellophane protettivo.

Servire il giorno dopo, spolverizzato di fibre a velo vanigliate o di eritritolo a velo se vi piace (in vece dello zucchero a velo), affettato a spicchi in verticale o, in maniera più originale, a fette orizzontali che evidenzieranno la forma a stella a 8 punte tipica del pandoro.

Il cheto-pandoro si conserva all’interno di un sacchetto di plastica e rimane morbido anche più di una settimana. Poi, se proprio vi stancate e non l’avete messo al sicuro in freezer, potete sempre usarlo come base inzuppata di caffè per un cheto-tiramisù.

Valori nutrizionali e ratio chetogenica:

Valori nutrizionali al netto dei carboidrati non assimilabili dei polioli, calcolati con la app Ketonet

Panettone

Il panettone appartiene alla categoria dei grandi lievitati e richiederebbe una lavorazione molto lunga con tutta una serie di passaggi che hanno lo scopo di fargli sviluppare una consistenza soffice ed alveolata ed un aroma intenso e complesso grazie ad una combinazione di pre-impasti lievitati con idratazioni e tempi di maturazione diversi (biga e poolish). Francamente quella classica è una preparazione da professionisti e mettersi a fare il panettone in casa richiede una certa dose di incoscienza, ma ai cheto-cuochi la cocciutaggine non manca, anche perché l’alternativa è dover fare senza panettone, quindi con tutta l’umiltà del caso mi sono imbarcata in questo esperimento, forte di due sole certezze: la prima di avere come guida una ricetta già collaudata per il panettone tradizionale; la seconda di poter contare sullo Sfarinato Lombardia de Il Pane di Rivalta, una farina speciale a bassissimo tenore di carboidrati (8%) e ad altissimo contenuto di proteine (30%), quindi capace di simulare efficacemente la tenacia di una farina forte classica per panificazione.

L’unica vera perplessità con cui ho combattuto seriamente prima di cominciare è stata decidermi sulla dimensione del panettone da realizzare, perché la ricetta di partenza rendeva ben due panettoni da un chilo ciascuno, e richiedeva un grosso impasto con più di un chilo di farina. Ma se da un lato le grandi quantità consentono di impastare con facilità in planetaria, dall’altro il primo tentativo è sempre un esperimento al buio con alto rischio di fallimento e soprattutto di spreco, cosa che non mi piace affatto. Alla fine, ma non molto convinta, ho deciso di ridurre a 1/5 le dosi della ricetta originale. In fin dei conti però ho fatto bene, perché il mio primo tentativo di cheto-panettone è risultato assolutamente insoddisfacente: l’impasto è rimasto troppo arido impedendo una lievitazione significativa, anche se il sapore ed il profumo erano gradevoli.

Quindi per il secondo tentativo ho deciso di mantenere le medesime proporzioni di ingredienti della ricetta originale per avvicinarmi il più possibile a quello stesso gusto, ma integrando con acqua per portare la quantità totale dei liquidi (uovo, tuorlo e acqua) a circa 70% della quantità di farina, che è la percentuale di idratazione consigliata dal produttore del Lombardia per la panificazione. Ma la variazione più drastica (e sofferta) è stata rinunciare ai vari passaggi di pre-lieviti e maturazioni parziali, riducendo la lavorazione da tre giorni a un giorno solo. Sono consapevole che questo incide sul gusto, ma ho comunque preso questa strada perché sospetto che i processi di trasformazione che dovrebbero intervenire tra lievito e farina nei pre-lieviti semplicemente non possano avvenire, perché con i pochi amidi contenuti nel Lombardia il lievito semplicemente non avrebbe da mangiare. Questa comunque è una mia supposizione e mi riprometto di confrontarmi con qualcuno più esperto di me in grandi lievitati per conferma.

E dopo questo lungo preambolo, passiamo all’azione!

Ingredienti:
190gr Sfarinato Lombardia (suddivisi in 100+80+10gr)
62gr acqua
5gr lievito di birra compresso
8gr inulina
1 tuorlo
37gr eritritolo
2 puntine sucralosio
1 uovo (53gr circa)
62gr burro morbido (a temperatura ambiente, non fuso)
semi di 1/2 bacca di vaniglia o 1/2 bustina di vanillina
buccia grattugiata di 1/4 di arancia non trattata
buccia grattugiata di 1/4 di limone non trattato
2,7gr sale
20gr cioccolato fondente all’85% spezzato in piccoli pezzi

Sciogliere il lievito e l’inulina nell’acqua e versare in planetaria. Aggiungere 100gr dello sfarinato ed azionare. Impastare fino ad incordatura (dovrete aiutarvi con una spatola perché il gancio farà fatica a raccogliere così poco impasto).

Mescolare il sucralosio all’eritritolo. Continuando ad impastare, aggiungere 1/3 (a occhio) di questi dolcificanti e il tuorlo all’impasto. Impastare finché il tutto non si sarà amalgamato a sufficienza. Ci vorrà un po’ perché lo sfarinato non assorbe facilmente tuorli o uova. Aiutarsi anche con la spatola.

Sempre impastando, aggiungere a occhio 1/3 dei 90gr di sfarinato ed impastare finché l’impasto non si incorda di nuovo.

Aggiungere quel che resta dei dolcificanti, gli aromi e l’uovo. Insistere ad impastare finché il tutto si sarà amalgamato.

Aggiungere quel che resta dei 90gr di sfarinato e riportare ad incordatura.

Continuando ad impastare, aggiungere metà (a occhio) del burro e quando sarà sufficientemente incorporato aggiungere anche l’altra metà.

Da ultimo, inserire il sale e gli ultimi 10gr di sfarinato. Riportare ad incordatura e impastare ancora cinque minuti, aggiungendo il coccolato quasi alla fine, per evitare che sporchi l’impasto.

Tutto questo impastare richiederà un’ora. Nel caso si usi una planetaria casalinga, ogni tanto spegnere per evitare che il motore si surriscaldi. Approfittare per alzare il gancio e girare sottosopra l’impasto, il che ne faciliterà la lavorazione.

A questo punto inizia la delicata fase della lievitazione. Pirlare l’impasto prima di metterlo nello stampo (ho trovato questo video tutorial che è molto chiaro sulla procedura). Se non avete un pirottino da panettone di piccole dimensioni, potete realizzarlo voi come è spiegato qui. Io l’ho fatto largo 14,5cm e alto 7,5cm. Posizionare il pirottino su una piccola teglia tonda o sul fondo di un piccolo stampo a cerchio apribile, in modo da poter spostare il panettone in sicurezza, e adagiarci dentro l’impasto. Coprire quanto possibile con della pellicola in modo che la superficie non si asciughi e appoggiarlo su qualcosa di caldo come un calorifero, o una termocoperta. Per fare lievitare il mio, io ho calato la teglia del panettone dentro ad una pentola alta in cui avevo versato un dito d’acqua calda (per mantenere l’umidità) chiusa con il suo coperchio e appoggiata poi su una teglia intiepidita, di quelle per cuocere le piade. Confesso che ho passato il pomeriggio a togliere la pentola (senza scossoni) e a intiepidire la teglia e rimettere la pentola ogni 10 minuti. Sicuramente esiste un metodo più pratico. Se fossi sicura di poter mantenere la temperatura del mio forno a 30°C, avrei messo la pentola lì dentro. Ci vogliono 4-6 ore perché l’impasto raddoppi almeno il volume.

Preriscaldare il forno a 200°C.

Sconsiglio di fare la “scarpatura”, cioè l’intaglio della superficie perché se non è fatta bene si rischia di intaccare la struttura del panettone e di farlo collassare in cottura.

Infornare e cuocere per 12 minuti a 200°C, poi abbassare la temperatura a 160°C per altri 30-40 minuti. Attenzione che abbassare la temperatura troppo presto non fa consolidare la struttura del panettone quando è al massimo della sua lievitazione e lo farà sgonfiare nella seconda fase della cottura.

Sfornare, infilzare da parte a parte il panettone con due lunghi spiedi (o ferri da calza) poco sotto la metà della sua altezza e appenderlo a testa in giù fino a raffreddamento. Questo procedimento serve ad impedire che il panettone raffreddandosi “si sieda” e la cupola si sgonfi.

Il panettone si conserva in un sacchetto di plastica ben chiuso e può durare una settimana.

Come si più vedere sulla cupola, la mia maldestra scarpatura, cioè l’intaglio superiore, non ha migliorato lo sviluppo della lievitazione del mio panettone. Anzi, gli ha fatto perdere un po’ di altezza. C’è margine di miglioramento su questo particolare.

Valori nutrizionali totali (rende 6 fette):

Ratio chetogenica: 0,80

Se siete curiosi, la ricetta originale a cui mi sono ispirata la trovate qui. Comunque non è detto che non riproverò a fare il cheto-panettone con il metodo classico a più passaggi in futuro, perché la lievitazione indiretta allunga la conservabilità del panettone e gli permette di mantenersi soffice più a lungo. Si tratta solo di studiare prima un po’ di chimica della lievitazione.

Cappelletti chetogenici e low carb

Da quando ho scoperto le farine di Dietamedicale e de Il Pane di Rivalta mi ha preso la foga di chetonizzare una quantità di ricette che normalmente sarebbero fuori questione in chetogenica. Il gusto sottile che si possa barare senza sgarrare è un pungolo irresistibile…

Visto che Natale è dietro l’angolo, questa volta ho colto l’occasione per chetonizzare il più classico dei piatti delle feste, il cappelletto, che per altro si presta anche bene perché il ripieno è già nell’originale molto proteico e non richiede né varianti né compromessi di gusto. Basta solo togliere i carboidrati alla pasta ed il gioco è fatto, cosa semplicissima come già visto nelle ricette della pasta all’uovo e dei ravioli.

I cappelletti esistono in millemila varianti di ingredienti e di forma e so già che ciascuno troverà qualcosa da ridire su questo o quel dettaglio: l’assortimento delle carni, la scelta dei formaggi, gli aromi, la forma tonda con i bordi lisci invece che annodata. Questi sono i cappelletti di casa Ghigi, in quel del riminese, in versione Ketomilla. Ho solo dovuto ridurre consistentemente le dosi, perché a casa nostra si viaggia a ricette tarate per 12/15 persone minimo (ah, i pranzi della domenica a casa dei nonni della mia infanzia…).

Ingredienti per il ripieno:
50gr tacchino
50gr lombo di maiale magro
50gr vitello magro
10gr burro
50gr parmigiano reggiano grattugiato
50gr ricotta di pecora
26gr uovo sbattuto (mezzo uovo)
Scorza di limone grattugiata q.b.
Noce moscata q.b.
Sale q.b.

Il ripieno si può preparare anche il giorno prima e conservare in frigorifero. Cuocere la carne nel burro e lasciare raffreddare. Passare la carne nel tritacarne (non nel frullatore) due volte finché sarà ridotta a una grana molto sottile. Aggiungere i formaggi, l’uovo e gli aromi in base al vostro gusto. La quantità del sale dipenderà anche da quanto sono saporiti i formaggi (la ricotta di pecora in generale è più sapida di quella di mucca). Amalgamare il tutto. Ne verrà un impasto dall’aspetto sbriciolato ma che si compatterà se lo premete tra le dita.

Ingredienti per la pasta:
200gr sfarinato Ros Uni o di Ketomix Pasta
2 uova medie

Preparare e stendere la pasta come indicato qui. A meno che non siate delle sfogline provette, la sfoglia non verrà mai perfettamente tonda ma, siccome va piegata in due, bisogna trovarle un asse di simmetria per fare in modo che le due metà combacino il più possibile per evitare troppi sprechi. Una volta trovata la sovrapposizione migliore, premere un po’ sulla piega perché si veda e riaprire la sfoglia tutta in piano, Coprire la metà della sfoglia che verrà ripiegata sopra al ripieno con un canovaccio inumidito per evitare che la pasta si asciughi troppo durante il posizionamento del ripieno sull’altra metà. Spennellare la pasta scoperta con poco albume sbattuto con una forchetta (non montato) o nebulizzare leggermente d’acqua. Questo faciliterà poi la chiusura ermetica dei cappelletti.

L’impasto del ripieno andrà porzionato in piccoli mucchietti uniformi formati a mano premendoli tra le dita (non provate ad usare la sac à poche perché il ripieno non è cremoso e si estrudono con fatica solo un mare di briciole). A posteriori, ho calcolato che ogni mucchietto di ripieno pesa 2 gr quindi se avete la bilancina di precisione potete pesare un mucchietto e tenerlo come riferimento per regolarvi per gli altri. Diversamente fare a occhio. La distanza fra i mucchietti sulla pasta dipende dalla dimensione dello stampo con cui tagliare i cappelletti. Se li mettete molto distanti, ci sarà molto spreco di pasta; se troppo vicini, i tagli si sovrapporranno e i cappelletti invece che tondi avranno degli smanchi. Un riferimento potrebbe essere fare una breve serie di delicate impronte con lo stampo sulla pasta prima di disporre i mucchietti, in modo da capire la distanza ideale e poi procedere più regolarmente possibile fino a che ce ne stanno. Inevitabilmente vi rimarrà del ripieno, che si può utilizzare per fare delle polpettine impanate da ripassare al forno o spalmato su del cheto-pane affettato e tostato per fare delle tartine.

A questo punto togliere il canovaccio dalla metà coperta, spennellare di albume o nebulizzare di acqua anche quella e ripiegarla sulla metà farcita. Per evitare che una volta tagliati i cappelletti rimangano pieni d’aria (cosa che li farebbe gonfiare e rompere in cottura, rovinando tutto) premere con i polpastrelli la pasta intorno ai mucchietti cercando di fare in modo che rimanga intrappolata meno aria possibile. Poi procedere al taglio con uno stampo da cappelletti. Il mio è uno stampo d’ottone con il bordo liscio da 32mm di diametro (si può acquistare nei negozi di casalinghi o anche in rete su siti specializzati).

I primi che ho tagliato erano un po’ troppo vicini, quindi qualcuno mi è venuto sbeccato.

Rimuovere lo sfrido (cioè la pasta che avanza fra un cappelletto e l’altro), con cui si possono fare dei grattini da aggiungere ad un minestrone o a una zuppa. Trasferire i cappelletti disponendoli senza sovrapposizioni (altrimenti si appiccicano) su un vassoio coperto di carta da forno o infarinato con la stessa farina utilizzata per la pasta o con fibra d’avena o di bambù. Se si utilizzano in giornata, conservare in frigorifero per evitare che il ripieno si alteri. Altrimenti mettere il vassoio in freezer per farli congelare ben separati e, dopo almeno mezza giornata, trasferirli in un sacchetto di plastica dove non si attaccheranno gli uni agli altri perché saranno già congelati.

Cuocere in un buon brodo di carne ricco e sapido (la pasta all’uovo tende ad impoverire il gusto del brodo) e servire bollenti con il brodo di cottura. Per i tempi di cottura, come al solito, regolarsi in base allo spessore della pasta e al vostro gusto per una consistenza più o meno al dente. Ad ogni modo, ricordare che le paste realizzate con la Ketomix Pasta o con lo Sfarinato Ros Uni hanno tempi di cottura più lunghi della pasta fresca tradizionale, altrimenti rimangono molto gommose.

Valori nutrizionali medi (differiscono in base al tipo di farina usata e non includono il brodo di cottura):

Se usate la Ketomix Pasta, che è una farina propriamente chetogenica, i valori saranno i seguenti:

Macronutrienti espressi in grammi e calcolati con la app Ketonet.

Se usate lo Sfarinato Ros Uni, che è una farina a ridotto contenuto di carboidrati, i valori saranno i seguenti:

Macronutrienti espressi in grammi e calcolati con la app Ketonet

Il calcolo è stato non poco complicato ma l’ho ricontrollato diverse volte e ritengo che sia attendibile. Ho sottratto sia la percentuale di sfrido della pasta sia l’avanzo del ripieno e calcolato in proporzione i valori tenendo conto che con gli ingredienti ho ottenuto 90 cappelletti, con cui si possono fare 4 o 5 porzioni.

Ratio chetogenica con la Ketomix Pasta: 0,91 (0,69gr di carboidrati su 100gr di cappelletti)
Ratio chetogenica con lo Sfarinato Ros Uni: 0,30 (4,04gr di carboidrati su 100gr di cappelletti)

Per completezza aggiungo qui di seguito anche i valori nutrizionali del solo ripieno (ratio chetogenica 0,48):